Lana locale alla prova del telaio

Si parla da tempo di lana locale e della necessità di promuoverne l’uso: un interesse che coltivo da tempo che mi ha fatto conoscere molte persone, anche la Scuola Estiva è nata con questo obiettivo.
In vista dellincontro dell’agosto scorso avevamo raccolto un po’ di matasse da diversi fornitori, per poterne saggiare la mano e la morbidezza: molto spesso quando pensiamo alla lana locale abbiamo in mente un materiale ruvido, “che pizzica” ed è poco gradevole da indossare.

lana a due e tre capi acquistata presso l’agriturismo La Porta dei Parchi

Ma è anche vero che in Italia si allevano razze ovine dalla lana fine e quindi conoscerle e valorizzarle è un lavoro doveroso ed appassionate.

Ci sono anche lane robuste, adatte alla realizzazione di accessori, arazzi e tappeti, un repertorio da conoscere e usare in modo appropriato.

In Inghilterra la cultura laniera è molto più radicata, allevatori ed associazioni di categoria sono impegnate nella promozione del patrimonio zootecnico da almeno un ventennio.
Raffaella, una delle partecipanti alla Scuola, mi ha segnalato diverse iniziative, fra queste un grande lavoro di censimento e creazione di una rete fra allevatori, trasformatori e consumatori operata in UK da thewoolist.co.uk

campionatura e varianti in Aquilana ad 1 capo, nm 8000 e nm 1000 e Lana d’Abruzzo a 4 capi, nm 4/4000

Raccogliere e lavorare le tipologie disponibili è esattamente quello che avevamo in mente noi,  grazie a questo ulteriore stimolo ci siamo dette: “facciamolo”! Così mi sono messa all’opera con telai a pettine-liccio dalle diverse riduzioni.

I 24:10, 32:10, 40:10 e 48:10 dei telai GS Looms che uso da tempo ed il 10, 20, 30, 40, 50 e 60 in dieci dei telai della Ashford; uno trovato d’occasione dotato dei pettini da 1, 3 e 5 fili al cm, che non ho ancora usato perché scomodo, con la sua ampiezza da 80 cm, ed un altro veramente piccolo e maneggevole da 25 cm in ampiezza corredato da pettini per 2 e 6 fili al cm, da usare con i filati veramente spessi e quelli davvero fini!

Cosa c’è di meglio della tela, per capire la qualità di un filato? Il lavoro è parecchio e, con l’occasione, mi diverto a sperimentare intrecci e varianti in vista della prossima edizione della Scuola.

9 Comments

  • Interessate ricerca Eva, apprezzo ed ammiro questo modo di lavorare, porta sempre ad aprire ulteriori possibilità. Sostengo da tempo, che sia auspicabile per non dire necessario che per trasmettere il sapere a generazioni private della trasmissione dell’esperienza, divulgare il più possibile, ma anche pubblicare il proprio sapere. In Italia, a differenza di altri paesi, le pubblicazioni che riguardano la tessitura mancano, mentre ci sono particolarità regionali che sarebbe bene conoscere. Italiani disinteressati o modesti??? Pensaci anche tu. Grazie saluti Marisa.

    • Poni tanti interrogativi, Marisa. Grazie per lo stimolo e per aver letto il mio piccolo contributo.

      La trasmissione diretta in effetti è rara, le attività tessili sono sempre meno praticate mentre un tempo erano un’occupazione femminile pressoché universale che impegnava sia la nobildonna che ricamava per diletto che la suora che confezionava i parati liturgici, la massaia che cuciva e intrecciava ai ferri gli abiti per tutta la famiglia o la servetta che doveva rammendare gli abiti dei padroni.

      L’industria ci mette a disposizione montagne di merce a basso costo: così da almeno cinquant’anni si tesse, ricama, tinge per diletto. Affrancarsi dalla necessità ha spinto le persone a volersi disfare di tutto ciò che ricordava loro miseria e fatica: i telai sono finiti nel caminetto!

      Ma col passare del tempo ci si è tornati ad interessare alle cose fatte a mano, un po’ per bisogno antropologico (fare cose fa star bene!!) un po’ per moda, ricorderai certamente i “figli dei fiori” degli anni ’70 intenti a ricostruire una ruralità autarchica e felice… quella descritta da Verdone in “Un sacco bello”!
      Mode nate nel mondo anglosassone, con tutto il corredo di pratiche, strumenti e divulgatori, a cui attingono tutti, oramai.
      Un testo scritto in inglese ha un pubblico immenso, idem per i materiali online. In Italia è difficile, se non impossibile, trovare un editore disposto ad investire in questo settore: chi si interessa di tessitura oramai consulta i “tutorial” compra un “telaio a pettine rigido” e, appropriatosi di un glossario abbastanza limitato di termini tecnici, si muove agilmente con i materiali pubblicati negli USA!

  • L’invito a raccogliere e diffondere testimonianze e pratiche lo raccolgo, ovviamente. Ma credo che sia un lavoro da condurre collettivamente.
    Stiamo lavorando ad un progetto, che spero di poter annunciare presto

  • Grazie
    Eva per la tua risposta, si i tempi cambiano, ma arriverà il momento, proprio come dici tu, che per il benessere individuale è sociale, sarà necessario riappropriarsi delle esperienze che sono state abbandonate. Sto investendo il mio tempo e denaro alla ristrutturazione di una vecchia stalla che adibiro’ a piccolo museo della tessitura nel tempo e non solo. Raccolgo libri sul tema delle varie tessiture, ho trovato alcune pubblicazioni regionali che andranno ad arricchire la mia modesta biblioteca; nonché vari telai. Sono una piccola maniaca seriale quindi sempre attenta a chi fa ricerca nel ricamo, nelle tessiture, nella tintura, nel teatro popolare. Avrei voluto conoscere la ricercatrice Paola Besana, spero di poter prima o poi tornare ad incontrare te e la grande Graziella Guidotti. Ti auguro buon lavoro e buona ricerca, curiosa di vedere il tuo operato. Saluti Marisa.

    • Sono io a ringraziare, seriamente!
      L’idea che si perdano gesti e conoscenze acquisite in secoli di lavoro è intollerabile, un po’ come vedere quanto il regno animale e quello vegetale soffrano per via delle scriteriate scelte dell’umanità.
      Bisogna operare affinché non accada e convincere persone più giovani di noi a farlo assieme a noi!

  • È proprio a partire dalle esperienze altrui che si può crescere e riempire un altro pezzetto del puzzle. C’è il monumentale lavoro fatto dall’associazione Les laines d’Europe. (credo sia il nome giusto che ricordo a memoria), ciò che in Italia fanno altre associazioni: le lanivendole ad esempio ed il lavoro fondamentale di piccole allevatrici (non a caso quasi sempre donne). Manca l’ulteriore tassello che unisca le diverse esperienze e le renda fruibili ad un pubblico più vasto. In questo senso dovremmo mettere in cantiere come Coordinamento Tessitori dei quaderni che possano via via affrontare i diversi aspetti. Piccole dispense che possano documentare le ricerche ma anche raccogliere in una versione cartacea le informazioni che sono disperse e patrimonio dei singoli.

    • L’Associazione che cura Laines d’Europe è ATELIER, credo che tu abbia avuto occasione di incontrare Marité Chaupin in qualche vecchia edizione di Filo Lungo Filo o alla Feltrosa di Biella. Fra l’altro dovrebbe essere presente in un incontro online curato da International Feltmakers Association che si terrà a breve. Marité era a Mouzon all’incontro di ottobre 2019.
      Ma al di là delle reti europee, quel che c’è d’interessante nella tua proposta è l’invito ad occuparsene in maniera ‘cartacea’ e strutturata.
      La raccolta e campionatura giocoforza avrà una fruizione limitata, dato che non è mirata all’aspetto visivo comunicabile in foto, quanto a quello tattile. La raccolta dati comunque può essere veicolata sia online (era questo il proposito) che tramite pubblicazioni.
      Quest’ultime hanno il vantaggio di poter essere arricchite di campioni materici, ovvero pezzetti di tessuto o piccole gugliate di filo

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